Atlas Brew Works – Daniel – Washington DC

Washington DC

Io e Heather decidiamo di farci un weekend in quel di Washington D.C., ma come spesso accade lo decidiamo solo qualche giorno prima della partenza, siamo abbastanza spontanei. Utile per non avere una vita “noiosa”, un po’ meno per vivere ai ritmi della società, ergo, non ho avuto il tempo materiale per organizzarmi, per ottenere informazioni sui birrifici e soprattutto per contattarli per tempo. Sapevo che avrei avuto quindi meno possibilità di fissare con qualche birraio e di conoscere le persone che stanno dietro alle birre, che è la cosa che mi interessa di più.

Dio vuole che avessi un contatto in città per visitare uno dei birrifici più famosi e hype della east-coast – Other Half brewing. Il capo-birraio che avevo in Alaska a 49thState Brewing (Dave Short) mi aveva, per l’appunto, contattato una settimana prima dicendomi che poteva farmi conoscere il loro responsabile di produzione e che era un suo “buddy” (un suo caro amico). Lo contatto, ma non è in città quel fine settimana e quindi decido di rimandare la visita da loro ad un altra volta, anche perché il birraio di Atlas Brew Works – Daniel Vilarrubi – a quel momento mi aveva risposto, ed era ben felice di conoscermi. Avevo scelto di visitare questo birrificio soprattutto perchè dal sito e dagli articoli trovati in rete salta sempre fuori la loro attenzione all’ambiente. Infatti, è il primo birrificio a Washington completamente alimentato da energia sostenibile – da pannelli solari! Un pò più di fiducia nell’umanità. 

Quando Heather finisce di lavorare in venerdì, ci prepariamo veloci e partiamo. Una volta arrivati all’Architect Hotel, ottimo rapporto qualità-prezzo, visto i costi stellari dei pernottamenti nella capitale, ci cambiamo ed andiamo in cerca di cibo. Chiediamo alla reception dove possiamo mangiare, qualsiasi cosa, ma la ragazza ci spiega che in città chiude tutto prima delle 10, sì, nella capitale degli Stati Uniti (coloro che hanno inventato i negozi 24/7), che culo. Quindi, come spesso succede con la mia consorte, decidiamo di optare per una dieta liquida, come facevano i monaci benedettini. Questa è una di quelle cosa che sarebbe meglio non andare d’accordo in una coppia, ma noi siamo così e (per adesso) ce ne fottiamo.

Atlas Brew Works

Al risveglio, che è più una resurrezione, prendiamo un Uber e ci avviciniamo al birrificio. Penso sia stata una punizione divina per la sera prima, quando la driver, trovando terreno fertile nella (a volte) esagerata apertura verso gli altri esseri umani di Heather, ha iniziato a raccontarle la sua vita a mille all’ora. Io, fortunatamente, nascondendomi tra la mascherina e il cappello, mi estraniavo dalla conversazione. Spesso cercando lo sguardo di Heather per darle il mio sostegno, e dirle con gli occhi di tenere duro, che in pochi minuti quell’incubo sarebbe finito. Usciti fuori dalla macchina, in un leggero hangover e a digiuno da 24h, vedo Heather che, come quando uno sta per morire affogato e poi alla fine riesce a riemergere dall’acqua a riprendere il respiro che gli salva la vita, con gli occhi sgranati esclama:

JESUS CHRIST! SHE WAS A LOOOOOT!” HAHAHA

Yes she was.

Riconnettendo il cervello, mi ricordo che in realtà hanno due brewpub in posti diametralmente opposti alla città. Ci stavamo dirigendo a quello di Ivy city, spero di aver scelto quello giusto, o Heather mi sopprime.

Entriamo, ci mettiamo al bancone, ordiniamo una birra, e chiedo di Daniel (con la speranza nel cuore di essere nel posto giusto), “è di là in birrificio, arriva subito!”(grazie al cielo!).

L’atmosfera è davvero perfetta e finalmente una tap-list (lista delle birre alla spina), pensata, seria, con unidentità! Ci deve essere qualcuno che sa il fatto suo dietro. Prendo una IPL (Indian Pale Lager) – Home Rulee lei la Blood Orange Gose (una birra acida, con sale e arance). La prima impressione positiva della tap-list si riflette sulle birre. Moderne, pulite, fresche. Finalmente!

Subito dopo arriva Daniel e il suo fedele scudiero di cui non ricordo il nome, che bastardo che sono.

Iniziamo a parlare di come e quando hanno aperto il birrificio, loro mi fanno domande sui miei progetti spontanei e prendiamo un giro di degustazione, assaggiandone altre 8.

Le IPA, le Lager, le sour, una Flemish da sturbo – che tra l’altro Daniel mi spiega non essere una vera Flemish, ma invece un blend di una loro birra chiara sour e una loro scura (davvero buona), si che sanno lavorare. Finiti gli assaggi prendiamo un’altra birra e ci portano in produzione.

Soffitti bassi, bandiere e stickers dappertutto e c’è pure un palco accanto alla sala cotte. Ci spiegano che ogni poco fanno suonare delle band all’interno e che vengono fuori dei veri e propri eventi al chiuso, potenti.

Dopo avermi fatto vedere tutto il birrificio e avermi mostrato le peculiarità (per non dire le stronzate) che esistono in ogni vero birrificio, tipo che una trave di cemento del soffitto si incastra proprio perfettamente sopra alla portella del tino mash, rendendo di fatto ogni inizio di produzione mattutino una possibile ricetta per un disastro mentale e fisico (occhio se mai dovreste progettare un birrificio!), siamo finiti a parlare di tutt’altro per un bel po’ di tempo. Un bel pomeriggio in compagnia di persone, alla mano, simpatiche e super ospitanti!

Prima di andare via mi dona una loro prova per una birra sour con frutta in bottiglia e ci salutiamo, con la promessa di rivederci, o qui o a Winchester.

 

Un birrificio autentico, con birre da bere. Ooooooooovvia, esistono ancora allora.

 

Cheers

Tom

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